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Israele-Italia, stadio vuoto e controlli anti-terrorismo: intanto sotto casa di Gattuso spunta uno striscione

Gattuso

Il CT azzurro nella bufera dopo le sue dichiarazioni sul match con Israele. Nella sua città natale lo accusano: “Non si gioca con chi uccide bambini”. Cresce il fronte che chiede un gesto simbolico per Gaza.

Gennaro Gattuso si ritrova al centro di un ciclone mediatico, sociale e politico. Dopo le sue parole in conferenza stampa alla vigilia del match tra Italia e Israele, valido per le qualificazioni ai prossimi Mondiali, il commissario tecnico della Nazionale italiana è stato duramente contestato nella sua stessa città natale.

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Davanti alla sua abitazione a Schiavonea, frazione marina di Corigliano-Rossano, è comparso nella notte uno striscione eloquente:

“Rino, non si gioca con chi uccide bambini”

Un messaggio duro, accompagnato da una fotografia che ha fatto rapidamente il giro dei social e dei quotidiani locali, rilanciata anche da Cosenza Channel. Il gesto rappresenta un segnale forte da parte di una parte della cittadinanza calabrese, profondamente scossa dal conflitto in Medio Oriente e convinta che il calcio non possa restare neutrale di fronte a una guerra che continua a mietere vittime civili, tra cui moltissimi bambini.

Una petizione per chiedere lo stop alla partita

Già nei giorni scorsi, un gruppo di cittadini del comprensorio aveva lanciato una petizione online per chiedere a Gattuso e alla FIGC di non scendere in campo contro Israele, in segno di solidarietà al popolo palestinese. L’iniziativa ha raccolto in poche ore centinaia di firme e ha riacceso un dibattito che coinvolge non solo lo sport, ma anche l’etica e la geopolitica.

“Per una volta, gli italiani sarebbero orgogliosi di non vedere la Nazionale in campo, se questo servisse a mandare un messaggio chiaro contro la guerra”, si legge nel testo dell’appello.


Le dichiarazioni di Gattuso

A far scattare la polemica sono state le parole dello stesso Gattuso, che in conferenza stampa aveva così commentato il doppio impegno contro Estonia e Israele:

“Sono un uomo di pace e mi auguro che in tutto il mondo ci sia la pace. Fa male al cuore vedere civili e bambini che ci lasciano la vita, però noi facciamo un altro mestiere. La partita la dobbiamo giocare”.

Una frase che ha suscitato reazioni contrastanti. In molti — anche tra opinionisti e attivisti — hanno interpretato l’affermazione come un modo per eludere una presa di posizione, mentre altri hanno sottolineato come, da commissario tecnico della Nazionale, Gattuso sia vincolato a compiti sportivi e istituzionali.

In un successivo intervento, il CT ha provato a chiarire:

“Quando ho parlato di sfortuna, mi riferivo alla difficoltà tecnica di avere Israele nel girone. Non era un giudizio sulla nazione o sul conflitto. Mi dispiace essere stato frainteso.”


Un calcio che non può restare apolitico?

L’episodio riapre un tema mai del tutto sopito: il rapporto tra sport e politica. In passato, diverse federazioni e club hanno preso posizione netta contro guerre o regimi oppressivi, sospendendo partite o rifiutandosi di incontrare determinate nazionali. L’Italia, però, finora ha scelto una linea istituzionale di separazione tra campo e geopolitica.

Ma per molti — tra cui i cittadini di Schiavonea che hanno affisso lo striscione — questa volta è diverso. Gaza brucia, e il calcio non può far finta di nulla.

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