Il CT azzurro nella bufera dopo le sue dichiarazioni sul match con Israele. Nella sua città natale lo accusano: “Non si gioca con chi uccide bambini”. Cresce il fronte che chiede un gesto simbolico per Gaza.
Gennaro Gattuso si ritrova al centro di un ciclone mediatico, sociale e politico. Dopo le sue parole in conferenza stampa alla vigilia del match tra Italia e Israele, valido per le qualificazioni ai prossimi Mondiali, il commissario tecnico della Nazionale italiana è stato duramente contestato nella sua stessa città natale.
Davanti alla sua abitazione a Schiavonea, frazione marina di Corigliano-Rossano, è comparso nella notte uno striscione eloquente:
“Rino, non si gioca con chi uccide bambini”
Un messaggio duro, accompagnato da una fotografia che ha fatto rapidamente il giro dei social e dei quotidiani locali, rilanciata anche da Cosenza Channel. Il gesto rappresenta un segnale forte da parte di una parte della cittadinanza calabrese, profondamente scossa dal conflitto in Medio Oriente e convinta che il calcio non possa restare neutrale di fronte a una guerra che continua a mietere vittime civili, tra cui moltissimi bambini.
“Rino non si gioca con chi uccide bambini”
Lo striscione è stato esposto ieri tra le strade di Corigliano, il paese natale del ct azzurro Gennaro “Rino” Gattuso. Questa sera si gioca #IsraeleItalia.
— Pallonate in Faccia @pallonateinfaccia.bsky.social (@pallonatefaccia) September 8, 2025
Una petizione per chiedere lo stop alla partita
Già nei giorni scorsi, un gruppo di cittadini del comprensorio aveva lanciato una petizione online per chiedere a Gattuso e alla FIGC di non scendere in campo contro Israele, in segno di solidarietà al popolo palestinese. L’iniziativa ha raccolto in poche ore centinaia di firme e ha riacceso un dibattito che coinvolge non solo lo sport, ma anche l’etica e la geopolitica.
“Per una volta, gli italiani sarebbero orgogliosi di non vedere la Nazionale in campo, se questo servisse a mandare un messaggio chiaro contro la guerra”, si legge nel testo dell’appello.
Le dichiarazioni di Gattuso
A far scattare la polemica sono state le parole dello stesso Gattuso, che in conferenza stampa aveva così commentato il doppio impegno contro Estonia e Israele:
“Sono un uomo di pace e mi auguro che in tutto il mondo ci sia la pace. Fa male al cuore vedere civili e bambini che ci lasciano la vita, però noi facciamo un altro mestiere. La partita la dobbiamo giocare”.
Una frase che ha suscitato reazioni contrastanti. In molti — anche tra opinionisti e attivisti — hanno interpretato l’affermazione come un modo per eludere una presa di posizione, mentre altri hanno sottolineato come, da commissario tecnico della Nazionale, Gattuso sia vincolato a compiti sportivi e istituzionali.
In un successivo intervento, il CT ha provato a chiarire:
“Quando ho parlato di sfortuna, mi riferivo alla difficoltà tecnica di avere Israele nel girone. Non era un giudizio sulla nazione o sul conflitto. Mi dispiace essere stato frainteso.”
Un calcio che non può restare apolitico?
L’episodio riapre un tema mai del tutto sopito: il rapporto tra sport e politica. In passato, diverse federazioni e club hanno preso posizione netta contro guerre o regimi oppressivi, sospendendo partite o rifiutandosi di incontrare determinate nazionali. L’Italia, però, finora ha scelto una linea istituzionale di separazione tra campo e geopolitica.
Ma per molti — tra cui i cittadini di Schiavonea che hanno affisso lo striscione — questa volta è diverso. Gaza brucia, e il calcio non può far finta di nulla.
