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ESCLUSIVA – Dal trionfo della Stella a Leao, passando per Pavlovic a Milan-Como a Perth: parla Collovati

Collovati

Il campione del mondo con la Nazionale italiana del 1982, Fulvio Collovati, è intervenuto in esclusiva ai microfoni di AllMilan.it. Tanti i temi affrontati: dalla vittoria della Stella a Rafa Leao, passando per Milan–Como a Perth, Pavlović e la situazione attuale del Milan. Ma non solo.
Di seguito, le sue parole:

Dopo anni dalla Fatal Verona siete riusciti a conquistare la Stella. Quali sono i ricordi più belli di quell’anno?

Quando vinci, i ricordi sono tutti belli. Erano già 2-3 anni che giocavo in Serie A, ma quella col Milan fu la consacrazione definitiva. Avevo giocato terzino, un ruolo che non era il mio: io ero più un centrale. Nelle giovanili del Milan avevo giocato anche a centrocampo, quindi l’essermi adattato in un ruolo non mio fu una soddisfazione. Con Liedholm si giocava già un calcio moderno. Aver giocato con Rivera, che per me è stato il più grande giocatore di tutti i tempi, e avere alle spalle un portiere unico come Ricky Albertosi, fu un privilegio. Quando vinci è tutto bello: il decimo scudetto, per una squadra che non era nemmeno data tra le favorite, ma che già allora faceva un calcio totale, perché segnavano tutti.

Un’altra grande soddisfazione è stata la vittoria dell’82 al Mondiale. Cosa vi ha reso imbattibili?

Ti scatta un meccanismo dentro, qualcosa che a volte è inconcepibile. Non riesci nemmeno a rendertene conto. Quella era una Nazionale forte, un gruppo molto unito, e avevamo un allenatore che ci ha dato tutto. Per ricambiarlo, abbiamo cercato di dare tutto anche noi.
Poi, forse, l’aver incontrato Brasile e Argentina più forti di tutti i tempi, con Maradona e Zico, poteva significare avere già un piede sull’aereo per tornare a casa. Però, paradossalmente, ci ha agevolato: male che vada, perdevi contro i più forti del mondo. Invece ci ha dato una carica enorme, che la gente ricorda ancora oggi.

Non ha mai pensato di allenare?

No, non volevo fare l’allenatore. Volevo uscire dal mondo del calcio, perché ho cominciato a giocare a 12 anni nel Milan, nelle giovanili, e ho smesso a 36. Ho fatto per quasi 25 anni una vita agiata, ma anche monotona, sempre uguale: ti alzi, ti alleni, mangi, ti alleni, ti riposi. Non puoi permetterti viaggi o distrazioni. È una vita dedita al calcio e alla professionalità, e io l’ho fatta per 25 anni.
Fare l’allenatore o il dirigente sarebbe stato rifare la stessa vita, forse anche più dura, perché hai la responsabilità di 25-30 giocatori, mentre prima avevi quella di te stesso.

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Un ricordo, un avversario più forte incontrato?

Ho fatto parte della generazione che ha vissuto il passaggio dal gioco a uomo a quello a zona, tra la fine degli anni ’70 e l’epoca di Sacchi. Ho giocato quasi vent’anni, nove a uomo e nove a zona, quindi conosco entrambi i meccanismi. Giocare a uomo ti dà un’altra responsabilità: puoi giocare bene 89 minuti, ma se sbagli uno, ti fanno gol e sei sotto processo. Ho marcato tutti i più grandi: da Gigi Riva a Boninsegna, fino agli stranieri come Van Basten e Shevchenko. Ogni domenica c’era un campione da marcare. Era un calcio diverso: c’erano due o tre stranieri per squadra, e venivano solo i migliori. Oggi arrivano in Italia a fine carriera, come De Bruyne o altri. Allora l’Italia era un’attrazione, oggi non più.

Il calcio italiano potrà tornare ai suoi livelli?

Penso di no, sinceramente. Se arriviamo al punto di giocare Milan–Como a Perth, vuol dire che non c’è spazio per migliorare il calcio italiano: lo vogliamo esportare, vendere all’estero, dimenticandoci dei tifosi italiani. Andiamolo a dire ai 35 mila abbonati del Milan: non andranno certo in Australia, verranno rimborsati, ma non è la stessa cosa. Una volta la tifoseria era la prima parte del calcio, oggi è l’ultima. Ai miei tempi andavo a Milanello e prendevo il caffè con i tifosi; oggi, forse, aprono le porte una volta al mese. Il calciatore gioca per il tifoso, questa è la realtà. Rabiot e Maignan? Sono gli unici due che hanno avuto coraggio e onore. Non c’è una presa di posizione collettiva, perché evidentemente fa comodo all’Associazione Calciatori. In Spagna invece si sono ribellati tutti.

Se giocasse ancora, quale difesa le piacerebbe rinforzare?

Ho passato 12 anni della mia carriera a Milano, tra Milan e Inter, quindi nelle due difese milanesi. Però, se mi chiedi oggi chi mi piacerebbe rinforzare, direi la Juventus, perché la vedo in difficoltà: subisce con troppa facilità.

Che ricordi ha dei derby con le due maglie? A breve si disputerà…

I ricordi sono in gran parte positivi. C’è stato un derby in cui ho anche segnato, altri li ho giocati sia con la maglia del Milan che con quella dell’Inter. Certo, ci sono anche episodi negativi, come il gol di Hateley: me lo rinfacciano ancora oggi, a distanza di quarant’anni, ma è normale. Poi siamo diventati amici. A volte ti capita l’avversario più bravo di te, fa parte del gioco. Il derby è una partita strana. All’inizio degli anni ’80, venivamo dalla Serie B, quindi l’Inter era favorita. Oggi, in un campionato così equilibrato, non vedo una favorita: sarà una partita apertissima.

Chi vede come favorita per il campionato?

Guardando la classifica, è difficile dirlo: ci sono sei squadre in pochi punti. La domanda è se questo è un campionato equilibrato o semplicemente mediocre. Fare un pronostico è complicato: il Milan è tra le prime tre, la Roma è tornata, qualcuno dice la Juve, ma non mi sembra ancora pronta per lo scudetto. C’è il Napoli, che di diritto dovrebbe essere la favorita, ma è in difficoltà nelle coppe. Al momento non c’è una squadra nettamente superiore alle altre.

Cosa manca al Milan per essere competitivo?

Se guardo al passato del Milan, anche quando aveva Papin, Sheva, Van Basten o Weah, ha sempre avuto una punta che emergeva sulle altre. Il problema oggi è avere un centravanti che garantisca 15-20 gol. Lo dicono tutti, e lo dico anch’io: in campo lo senti, lo avverti.

Modric e Rabiot leader fondamentali per il Milan, ma non si parla troppo poco di Matteo Gabbia?

Il Milan ha un valore aggiunto quando è in campo, ma non è Modric-dipendente: ha Ricci, Loftus-Cheek, Fofana… ha fatto un buon mercato a centrocampo. Allegri è un allenatore che non si cura troppo delle critiche: i risultati li raggiunge. Matteo Gabbia leader? Lo conosco poco, ma ho grande ammirazione per chi esce dal settore giovanile. Nel Milan dell’86 la forza era la spina dorsale di ragazzi cresciuti nel vivaio: Baresi, Maldini, Costacurta, Evani. L’amore per la maglia fa la differenza: lo straniero prende e se ne va, il ragazzo del vivaio no.

Pavlovic è sottovalutato?

Secondo me sì. Dimmi un altro difensore, italiano o straniero, che viene menzionato come Pavlovic. Se vai a vedere le migliori formazioni, non lo mettono mai. Io invece sì, per quello che ha dato, soprattutto nei confronti diretti e nelle partite più importanti.

Leao potrà ancora migliorare o ha già raggiunto il massimo della maturità?

Il carattere non lo cambi più. Lui dà quell’impressione di indolenza che irrita un po’ i tifosi. Domenica ho commentato Milan–Roma: a volte dà fastidio, sembra svogliato, quel sorriso che sembra prendere in giro la tifoseria. Ma poi ti rendi conto che è l’unico lì davanti che può fare la differenza. È l’unico che punta l’uomo, perché oggi non lo fa quasi più nessuno. Ha qualità enormi, e forse la gente si arrabbia proprio per questo: sa che può fare di più. Il carattere non lo cambi, ma quando la palla arriva a Leao, succede sempre qualcosa. Non la dai certo a un altro: la dai a lui.

Come vede le qualificazione ai Mondiali?

È un punto di domanda. Non ci siamo qualificati per due edizioni, e andremo quasi sicuramente allo spareggio, al 99,9%.
Ma lo spareggio è imprevedibile: prima di Italia–Macedonia, se mi avessero chiesto, avrei detto “passiamo al 90%”. Purtroppo non è andata così. Non è detto che partiamo favoriti. Da italiano mi auguro che vada bene, e un po’ di positività ce l’ho dentro, ma se mi chiedi di mettere la mano sul fuoco, non ce la metto.

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