Sono anni che le analisi o i giudizi sulle questioni afferenti al Milan non seguono uno schema comune ma vedono il loro percorso adeguarsi a costanti personalismi. Per carità, tutto legittimo ma nel tempo il diavolo rossonero sembra trovare il piacere altrui se travestito da calimero. Le ultime settimane certificano quest’attitudine ad accendere i riflettori su notizie o situazioni che sembrerebbero comuni. E invece no. Associate al Milan sono degne delle migliori telenovelas.
Lo so, starete pensando che sono un piangina qualunque. E invece, prima di chiudere questa pagina vi chiedo di pazientare un minuto. Facciamo un salto nel tempo di qualche mese. A marzo di quest’anno, alla notizia di dell’apertura di un Fascicolo da parte del Tribunale di Milano sul passaggio del club rossonero da Elliott a RedBird Capital, con annessa apertura di indagini della Procura Federale, gli scenari dipinti erano tra i più funesti.
Sentenze possibili e sfoggio di conoscenze giuridiche ad accompagnare e supportare giorni e settimane di narrazione. La scorsa settimana, in un caldo pomeriggio di giugno l’ANSA batte la notizia dell’archiviazione del suddetto procedimento e il clamore si sgonfia sensibilmente. Passa quasi inosservato come se nulla di così importante fosse accaduto.
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Passando al campo. Nubi dense e nere sul cielo di Casa Milan, presagio di tempesta senza eguali. La credibilità del Milan si gioca sulla questione rinnovi di Theo e Maignan con contratto in scadenza nel 2026. Il Milan trema per le parole del terzino che dal ritiro della Francia “butta la palla nell’altra metà campo” perché il suo focus in questo momento è l’Europeo. E invece no i segnali sono inequivocabili e non lasciano ben sperare.
Poi volgi lo sguardo verso Torino e il fatto che a fine giugno non abbia ancora rinnovato un leader tecnico come Rabiot che rischia di accasarsi altrove già dal 1 luglio, non è proprio notizia da alert. Anzi la società bianconera che va a chiudere il bilancio con un passivo di quasi 200 milioni, è pronta ad un mercato faraonico. O magari se si guarda un po’ più a sud, all’ombra del Vesuvio, tra le insofferenze dichiarate di Osimehen e Kvaratskhelia, all’ordine del giorno c’è solo Antonio Conte, tra le cose soffiato al Milan. Anzi no, ha preferito il Napoli al Milan. E anche in questi casi va tutto bene madama la marchesa.
Lo stesso tifoso milanista non accetta il tempo e il lavoro come parametro equo per giudicare un percorso. C’è questa pericolosa tendenza di andare avanti con il volto rivolto indietro. Prima o poi si realizzerà che i grandi mecenati alla Berlusconi non esistono più. Il carrozzone calcistico, per mantenersi ad un livello dignitoso, può essere gestito a da fondi o da sceicchi. E se questi ultimi da anni investono ovunque tranne che in Italia un motivo ci sarà. Restano i fondi che per loro struttura investono per dar lustro ad un brand, renderlo sostenibile e fare il bene degli investitori.
Solo partendo da questo si potrà essere impermeabili al livore esterno che con costanza sputa veleno e sentenze. Come ogni anno, dal 2019 ad oggi, l’estate rossonera affonda le sue radici in un terreno malsano sul quale scorrazzano i protagonisti di una stagione fallimentare. Poi ci sono lavoro, fatti e risultati a riscrivere il canovaccio. La scelta di Fonseca, i rinnovi dei big, le strategie di mercato sarebbero già tutti da bardare a lutto.
Ci si aspettava di più dal post Pioli? Certamente si. Arrivati a questo punto, possiamo dare a Fonseca il beneficio del lavoro? Solo i fatti giustificheranno o qualificheranno determinati giudizi. Il timore è che la prossima possa essere una stagione segnata dai “si però…”, “tanto ormai…”, “si era capito che…”. Tutto questo perché intorno al Milan si è addensata un’aria fastidiosa che classifica questo club “figlio di un Dio minore”.
Nella speranza che questo Dio sia rossonero e abbia a cuore le sorti dei suoi figli.
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