Perdere come ha fatto il Milan ieri contro l’Udinese, non fa male solo una o due volte, bensì tre volte. Fa male perché perdi 0-3 e vieni annichilito da un avversario, solo sulla carta, meno forte di te. Fa male perché, a differenza di altre volte, dimostri con alcuni sprazzi di poter cambiare la partita, ma per colpa dell’atteggiamento mollo della squadra e della poca voglia di giocare, finisci per perdere malamente. E infine fa male perché rischi di gettare via tutta la stagione, perché a differenza tua le altre corrono e adesso sei ad un potenziale +3 sul quinto posto.
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La, tentata, rivoluzione
Però c’è da dire che Massimiliano Allegri ci ha provato. Erano giorni che all’interno di tutto l’ambiente Milan si parlottava sul possibile cambio di modulo, e alla fine è arrivato. Forse il momento non era dei migliori, anzi, forse era proprio il peggiore. Doveva essere la rivoluzione. Passando al 4-3-3, secondo molti, il Milan avrebbe vinto tranquillamente tutte le partite e si sarebbe qualificato in Champions ad occhi chiusi. E invece no. Perché oltre al cambio del modulo iniziale, che conta zero se poi i giocatori si dispongono in campo in maniera diversa, è arrivato il momento di capire che non alcuni calciatori non possono avere compiti che per caratteristiche non gli appartengono. Pavlovic non riesce a giocare centrale in una difesa a quattro, limite già ampiamente visto nella scorse stagione. E Leao non può fare la punta.
Per il portoghese il discorso è semplice. La sua crescita nel ruolo di centravanti ora è parecchio rallentata da problemi fisici noti a tutti e anche qualche difficoltà di natura psicologica. Ma allora la domanda sorge spontanea: serve veramente un Leao così già dal primo minuto? Non sarebbe meglio, piuttosto, giocare con Gimenez o Fullkrug centravanti, loro ruolo naturale, e con Pulisic e Nkunku in ballottaggio? La verità è che non c’è 4-3-3 che tenga. La differenza non la fa il modulo con cui scendi in campo. La differenza la fa la posizione dei giocatori chiave della squadra e l’atteggiamento dei giocatori. E da entrambi questi punti di vista il Milan, ieri, ha fallito.
E ora che si fa?
E adesso? Bisogna insistere con questa rivoluzione o sarebbe meglio fare qualche passo indietro? Nessuno può saperlo. L’unica cosa a cui possiamo aggrapparci è la fiducia nel tecnico, che di certo non sbaglia volontariamente il piano tattico del match, e la speranza che Allegri possa riportare ancora una volta il Milan fuori da questa palude.
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