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“Quel giorno capimmo che un’epoca era finita”. Il retroscena di Ambrosini

Massimo Ambrosini Milan

Nel maggio del 2012 si chiuse una delle epoche più iconiche della storia del Milan. Non fu soltanto la fine di una stagione: fu l’addio contemporaneo di un gruppo di campioni e senatori. I tifosi rossoneri salutarono in una sola notte alcuni dei giocatori più rappresentativi della squadra: Alessandro Nesta, Gianluca Zambrotta, Filippo Inzaghi, Gennaro Gattuso e Clarence Seedorf. Insieme avevano scritto pagine leggendarie del calcio italiano e mondiale.

L’addio collettivo del 2012 diede la sensazione di una fine improvvisa, quasi malinconica, come se una parte dell’anima rossonera lasciasse il campo insieme a loro. A confermarlo è stato Massimo Ambrosini ai microfoni dell’ultima puntata di Elastici, su Cronache di Spogliatoio: “La giornata precedente all’addio dei miei compagni, il famoso addio a San Siro di Nesta, Rino, Pippo, il senso di solitudine era così forte che andai a piangere in un campo da solo in mezzo a Milanello. Non volevo che mi vedesse nessuno, era un misto di paura, tristezza, disorientamento, e mi ricordo dove andai, cosa feci. Non riuscivo a stare dentro la camera, dovevo andare fuori. Era un insieme quindi non ho pianto per una situazione. Li sancisci che quella roba li è finita”.

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Ma non solo, l’ex rossonero è tornato anche sull’addio di Carlo Ancelotti e Paolo Maldini:

“Quell’anno lì la scelta era post Carlo, perché poi è arrivato Leonardo. Ricordo quando Galliani ci ufficializzò che arrivava Leonardo, e lo fece nello spogliatoio di Firenze, nell’ultima partita di Paolo quando noi vincemmo e andammo in Champions League e ha ufficializzato quello che tutti sapevamo, Paolo finiva e anche Carlo. Di Leonardo si diceva, sai che al tempo era sempre con Galliani, per Leonardo fù difficile perché avvertì nello spogliatoio un senso si scoramento grosso, era lì presente. Un minimo di imbarazzo lo subì perché la botta psicologica della fine di Paolo, della fine di Carlo, tutti e due insieme condensati in una giornata così, io e Andrea piangemmo con lui lì. La perdita era talmente grande che non eravamo pronti ad accoglierla anche se si sapeva”.

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