In una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, Gianni Rivera si è raccontato tra Nazionale e Milan. Il Golden Boy si è particolarmente focalizzato sull’assenza di giocatori dell’Italia nel club rossonero. Di seguito un estratto delle parole di Rivera:
“Milan Club? Certo. Il cuore è sempre rossonero. Il Milan è una parte bellissima della mia vita. Vent’anni in campo, Scudetti, Coppe dei Campioni”.
Su Modrić:
“È un grande giocatore, un vero talento. Gioca bene, con grande passione. Fa quello che si sente”.
Il ct Gattuso ha detto che quella contro la Bosnia è la partita della sua vita. Così esagera?
“Lo capisco, si gioca tutto. Ma Gattuso ha vissuto altri momenti importanti: Campione del Mondo con la Nazionale; Campione d’Europa col Milan”.
Cosa pensa di Gattuso?
“È serio e solido. Direbbero un “bel fioeu” a Milano. È il tecnico e non deve piacere a me. Gattuso sta lavorando bene. Punta anche sui giovani. Ha la fiducia del gruppo. Lo seguono. Poi c’è un’altra cosa che non si vede: la grinta. È riuscito a trasmettere a tutti la passione e la grande voglia. Sono uniti, concentrati. Si nota persino quando cantano l’inno. Belli, veramente”.
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Le sarebbe piaciuto diventare un allenatore?
“Ai tempi della presidenza Farina, a metà anni Ottanta, potevo diventare il tecnico del Milan. Poi Berlusconi mi propose di diventare presidente del Milan Club. Che fare? Ho lasciato. Sono entrato in politica, sono diventato parlamentare e ho seguito il Milan da lontanto”.
Sul fatto che nella Nazionale di oggi non ci sia un milanista:
“Beh, gli italiani sono pochi nel Milan: Bartesaghi e Gabbia, che adesso non sta giocando. Anche il presidente è straniero. Ormai in società non credono più alle politiche che creavano, facevano crescere i Baresi e i Maldini. Non nascono i campioni e senza di loro è dura ottenere grandi risultati. In A pochi calciatori bravi sono praticamente tutti stranieri. Esclusa l’Inter, credo. I migliori erano quasi tutti italiani prima e arrivavano con merito nella Nazionale. Ora il nostro calcio non crea più fuoriclasse. La colpa è soprattutto dei club che, invece di far crescere i ragazzi e portarli ad alti livelli, hanno lasciato tutto in mano ai procuratori. A 18 anni io ho esordito in Nazionale, eravamo in sette del Milan”.
Si ricorda chi erano?
“Certo. Belgio-Italia 1-3, all’Heysel, 13 maggio 1962, amichevole in attesa di partire per il Mondiale in Cile. Un mese prima il Milan aveva vinto lo Scudetto. Io sono stato convocato con David, Radice, Salvadore, Maldini, Trapattoni e Altafini. Ho giocato con il numero 8. Omar Sivori era il 10. José Altafini centravanti, ha fatto due gol. Aveva il gol facile José”.
Nel Milan di ora c’è Leão falso nueve che riceve pochi passaggi:
“Beh, io lo aiuterei. Farebbe tanti gol. Ama attaccare gli spazi. Sarebbe la mia freccia ideale”.
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