Il nuovo ciclo milanista post-Allegri, dopo la sua debacle della primavera scorsa, è iniziato sotto il segno di Ruben Amorim. Giovane allenatore portoghese di buon curriculum, l’ex United e Sporting CP ha abbracciato la sfida rossonera in estate, con premesse e promesse che difficilmente possono maturare e verificarsi dopo soli 2 mesi e 5 partite all’attivo. Tuttavia, le ultime tre gare contro Lazio, Juventus e Benfica nelle quali sono arrivate due pareggi ed una sconfitta, hanno già fatto innalzare critiche, dubbi e perplessità riguardo la credibilità del progetto e dell’allenatore stesso.
È vero che non si è visto un Milan brillante fino ad ora, aldilà dei risultati che possono essere considerati più o meno buoni, ma i rischi del prendere una guida tecnica alla prima esperienza in Serie A erano noti ai più ben prima della sua assunzione. Difficoltà di adattamento alle nuove richieste, giocatori nuovi e con compiti in campo totalmente differenti dal passato, un diverso modo di intendere il calcio. Sono tutti elementi che fisiologicamente la rosa deve assimilare ed assorbire nel tempo, e soprattutto con serenità d’ambiente e fiducia nell’allenatore.
Tuttavia è innegabile che a prescindere dalle sopracitate condizioni, il Milan visto nelle ultime 3 uscite (4 se si considera anche il match vinto contro il Venezia) ha avuto diversi problemi di varia natura.

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La velocità di trasmissione del pallone, ad esempio, è uno di questi. Amorim si è proposto come portatore di un calcio frizzante e rapido, come ben dimostrò in Portogallo, ma finora a Milano non è riuscito a trasformare la premessa in realtà. Il Milan con la palla tra i piedi fa fatica, e fatta eccezione per Luka Modric, dà l’impressione che la palla scotti più del normale. I soliti 4-5 passaggi per andare da un lato all’altro del campo causano prevedibilità e la conseguente chiusura degli spazi nei quali provare ad offendere.
Qua ci si lega con il secondo punto, il poco coraggio. Stop orientati sempre verso l’indietro, retropassaggi “di sicurezza” e mai giocate a cercare lo spazio libero in avanti. La gara paradigmatica è quella contro il Benfica: non c’è stato un singolo attacco alla profondità in tutti i 90 minuti. Anche il fondamentale del dribbling è venuto a mancare costantemente. In sostanza, non si crea mai la superiorità numerica per offendere ed attaccare, ma c’è molta staticità in campo.
Terzo aspetto, stavolta a livello difensivo, è la famigerata “percezione del pericolo”. Tormentone della scorsa stagione che però torna più attuale che mai. La retroguardia del Milan non ha le “antenne drizzate” costantemente per tutti i 90 minuti. Individualmente non ci sono mai state prestazioni gravi o errori grossolani (Estupinan permettendo), ma è il reparto in toto a non avere una buona coesione e coordinazione in alcuni momenti del match. I gol subiti contro Torino, Benfica e Lazio sono causati da sviste e movimenti sbagliati dell’intero pacchetto arretrato.
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