Geoffrey Moncada, direttore dell’area tecnica del Milan, si è raccontato ai microfoni del club. Un’intervista totale quella del francese, che ha parlato della sua infanzia, dei suoi inizi come capo scouting e del suo percorso. Le parole:
“Cosa sognava da piccolo? Il primo contatto con il calcio è stato in una partita con il Monaco. Ho cominciato a vedere la squadra che era campione con David Trezeguet, Marco Simonelli. Ho visto una partita e subito ho capito che fosse il mio percorso di lavoro. Da piccolo, mio padre mi ha sempre portato a vedere le partite a Monaco e a Marsiglia; ho cominciato a seguirle e ne sono diventato pazzo”.
“Squadra che seguivo di più? A me piace di più il calcio italiano, l’Italia. Il Milan ha avuto tanti calciatori francesi come Desailly, Weah, poi mi piacciono la Spagna e il Portogallo”.
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“Come mi sono avvicinato al calcio? Ho avuto un nonno che era veramente pazzo per il calcio e mi ha fatto vedere tante partite. È così che ho cominciato a vedere le partite, i giocatori, la tattica, la Coppa del Mondo, eccetera. Sono nato a Saint Tropez, ma mi sono spostato subito verso Cannes e Nizza, Monaco”.
“Ricordi del Milan? Il Milan ha avuto tanti giocatori francesi; la TV era pubblica in Francia e si potevano vedere le partite di Champions League. C’erano Paris Saint-Germain, Milan e Monaco. È così che ho conosciuto il Milan, San Siro e i suoi tifosi con questa bella maglietta. Era una squadra molto forte, si vedeva che tutti ne parlavano bene”.
“In che ruolo giocavo? Per fare un paragone, ero come Gattuso: ero molto cattivo, anche se non ero molto alto. Tanto pressing e intensità. Sono dell’86, il calcio francese è diventato nel tempo molto forte. Io non ero male, ma non ero un super giocatore. Poi mi è piaciuto più il mondo del calcio che giocare a calcio, mi piacevano i ruoli del coach, direttore sportivo, il presidente che erano difficili da fare e ho sempre guardato questo tipo di ruolo”.
“La mia famiglia? Sono molto vicine ai miei genitori, è mio padre che mi ha fatto vedere le partite di calcio e mi ha lasciato questa libertà. Lui è un carabiniere, ho avuto una cultura molto militare e poi c’è mia madre che mi ha lasciato sempre fare le cose che volevo fare. Mi hanno detto sempre di fare quello che mi piaceva e di andare sempre fino alla fine. Quando ho detto che volevo lavorare nel calcio, loro mi hanno chiesto cosa volessi fare e io ho detto che avrei voluto fare qualcosa”.
“Le tappe della mia carriera? Ho studiato management, marketing. Era interessante perché si lavora in gruppo, però capivo che mi mancasse qualcosa dell’aspetto sportivo. Allora, alla fine della mia carriera di calcio e dopo aver studiato, sono andato a trovare un’azienda di calcio. C’era una compagnia che si occupava di video. Il loro lavoro era quello di fare il video su dei calciatori e di squadre, lavoro video tattico e lavoro scouting”.
“Ho mandato il mio curriculum al Monaco e l’ho aspettato un anno, era il mio club. Una volta il direttore sportivo mi ha chiamato dicendomi che voleva fare un meeting perché il mister, che era Claudio Ranieri, aveva bisogno di un match analyst. Sono andato a Montecarlo, ho fatto il meeting e mi ha subito detto di venire dalla settimana dopo”.
“Se riuscivo a crederci? No, però ho sentito che fosse il momento giusto per andare. La squadra era in serie B. È arrivato un fondo Russo a prelevare il club, hanno cambiato tutto: l’allenatore, il direttore sportivo. È Claudio Ranieri che era l’allenatore e aveva una mentalità italiana da lavoratore ha chiesto un match analista. Quando sono arrivato al centro sportivo non c’era nulla, era tutto da creare era interessante ma difficile”.
“Ho avuto subito un rapporto con il Mister e il suo staff, quello mi ha aiutato tanto perché ho capito bene le domande e il bisogno dell’allenatore, la partita che si giocavano e imparare il codice dello spogliatoio. La proprietà voleva che si creassero giocatori e poi venderli: ogni anno volevano che si prendessero 10 giocatori e di venderne 10. Volevano che si creasse un laboratorio sullo scouting di giocatori francesi e stranieri”.
“Riccardo Piccini? A lui piaceva vedere i giocatori dal vivo e nei video, tanto da lui perché spiega tanto le cose. Con lui ho avuto un rapporto professionale, aveva bisogno qualcuno che organizzasse il dipartimento di scouting. Riccardo mi ha dato quest’opportunità e mi ha chiesto di aiutarlo. La mattina lavoravo con la squadra e il pomeriggio con lo scouting. Erano giorni senza riposo, ma interessanti”.
“Il lavoro da analista era molto importante. Ogni settimana c’erano video meeting con i giocatori per analizzare la fase difensiva, cosa migliorare, i calci d’angolo. In settimana stavo in ufficio per fare le analisi, parlare con i procuratori e anche con il direttore sportivo. Il venerdì sera, per esempio, andava a vedere le partite del campionato belga, il sabato pomeriggio c’era un’altra partita e anche la sera, così come la domenica e poi tornavo lunedì. Ho conosciuto tanti direttori sportivi, tanti capi scout, giornalisti che ti lasciano informazioni. Ho capito che vedere le partite dal vivo fosse molto importante.”
“Che tipo di rapporto avevo con la squadra? Era una novità, c’erano tanti giocatori strani. C’era un mix, chi parlava inglese, francese, spagnolo, un po’ in italiano. Tutti i giocatori hanno visto che sono arrivato con un’umanità, vedendo le cose che potevamo sviluppare per diventare più forti. Avevo giocatori come James Rodriguez e Falcao che mi chiedevano di fargli vedere le azioni anche degli avversari.”
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